La musica accompagna la maggior parte delle situazioni legate alla vita affettiva, al dolore, al lavoro e alla vita di relazione. (M. Disoteo M. Piatti, Specchi sonori, FrancoAngeli, Milano, 2002, p. 49)
L’autobiografia musicale racconta la storia di ciascuno inseguendo ricordi e sentieri emotivi.
Questa è la mia autobiografia, che aggiornerò ogni volta che riappariranno persone, fatti o emozioni che faranno riaffiorare ricordi di esperienze personali.
Non un diario ma un insieme di fotografie del passato, dalle più nitide alle più sbiadite e forse falsate dal tempo trascorso.
Io non so che cos’è la musica, e forse questa è la ragione per cui la faccio. So invece che tutto può diventare musica, essere trasformato in musica. Diffido delle persone che sanno esattamente dove comincia e dove finisce la musica. (Vinko Globokar: Individuum/Collettivum 1979)
Anch’io, come Vinko Globokar, non so cos’è la musica, ma so con precisione quanto l’amo. Per tutta la vita mi ha offerto momenti di grande emozione. Sono contento di saper piangere all’ascolto; sono felice di farmi coinvolgere, di non riuscire a stare fermo; godo nel suonare, nel muovermi suonando; amo l’ascolto libero da condizionamenti e quello più analitico. Vi sono ritmi, modulazioni inusuali, che mi stupiscono e mi affascinano; sono contento di poter fare il musicista; un musicista a 360 gradi, dove l’ascolto, l’esecuzione, la composizione, l’improvvisazione, convivono serenamente; aperto ad ogni manifestazione sonora che riesca a coinvolgermi emotivamente.
La mia storia musicale ha un andamento inusuale. Provengo da una famiglia che con la musica non ha mai avuto alcun rapporto diretto, ma forse per un’inconscia volontà di contrapposizione, fin da bambino ho richiesto di poter studiare musica. Naturalmente mi mandarono da un insegnante di pianoforte, e dopo un anno di solfeggio senza toccare lo strumento ho iniziato finalmente a strimpellare. Suonavo Clementi, il primo Mozart ma contemporaneamente ascoltavo Radio-Tre che all’epoca trasmetteva molta musica contemporanea. Ho iniziato così a registrare tutto quello che mi affascinava, mi eccitava, da Schoenberg a Berio a Varèse. Il divario fra ciò che ascoltavo e ciò che l’insegnante di pianoforte mi insegnava era enorme. Non avendo alcuna competenza musicale, mi sembrava che Mozart, che ero costretto a suonare, fosse eccessivamente semplice e banale; mi entusiasmavo alle incomprensibili complicazioni di Stockhausen, godevo delle rumoristiche soluzioni della musica concreta ed elettronica senza peraltro capirci nulla. Così trascorsi gli anni del liceo, immerso in un mio personalissimo mondo sonoro che equiparava i Pink Floyd a Schaeffer, i Vanilla Fudge a Xenakis. In quegli anni studiavo poco pianoforte ma in compenso passavo interi pomeriggi a registrare le mie follie rumoristiche improvvisate con tutti gli oggetti e/o strumenti che incontravo. Le sonorità che più di altre mi affascinavano erano quelle della musica elettronica, così, mi iscrissi allo SMET (Scuola Musica Elettronica Torino) diretto da Enore Zaffiri. Qui mi si aprì un mondo incredibile. Finalmente riuscivo a capire i capolavori dei grandi maestri contemporanei che fino ad allora avevo amato solamente ad orecchio. Lo studio della musica elettronica all’interno di un laboratorio di sperimentazione, mi ha stimolato l’interesse per la composizione e mi ha spinto ad approfondire lo strumento che insieme all’elettronica è un po’ il simbolo del novecento: le percussioni. Mi sono quindi iscritto a percussioni e a composizione, sviluppando così, fino in fondo la mia passione. Io sono la prova vivente che la musica contemporanea non è solo astratta ricerca e speculazione intellettuale, ma può toccare l’animo umano anche solo a livello acustico, dove il piacere del suono viene portato alle estreme conseguenze.
Il Novecento, affascinante, contraddittorio, inquietante, è il mio secolo. Ne ho vissuto gli ultimi quarant’anni e mi sento figlio della cultura musicale italiana. Con l’inizio del XXI secolo ho incominciato a riflettere, raccogliere, catalogare e di conseguenza storicizzare la mia personale esperienza, in rapporto ai grandi movimenti culturali e musicali.
Alessandro Baricco, in L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin del 1992, critica l’evoluzione che certa musica del novecento, in particolare il serialismo integrale della scuola di Darmstadt, ha avuto nei confronti della modernità. Tutto il discorso sulla distanza eccessiva che la musica contemporanea sembra avere dal pubblico, l’eccessiva complessità del linguaggio, il disinteresse nei confronti della fruizione ludica, e specialmente il poco interesse alla piacevolezza, sono alcune delle tesi che Baricco abbraccia per difendere una posizione quasi populista della modernità. La mia personale esperienza è la riprova del contrario: proprio il piacere verso le sonorità confuse ed intricate mi ha spinto a studiare e ad approfondire non solo la musica moderna ma la musica tutta.
Durante gli anni di lavoro come percussionista in orchestra e in numerosi gruppi da camera, ho suonato moltissima musica contemporanea, molte prime esecuzioni assolute (spesso uniche assolute), ed ho affinato modalità interpretative personali; ma è solo con l’avvio dell’attività didattica di base che ho iniziato un percorso di revisione critica delle mie modalità esecutive e di conseguenza compositive. Sono i bambini stessi che mi hanno insegnato, con il loro naturale approccio ludico, alcune condotte esecutive che utilizzo ancora oggi. Provenendo da studi classici, ho sempre riprodotto il modello che mi è stato insegnato: approccio speculativo nei confronti del testo, razionalità e precisione interpretativa, poco divertimento e tanta esattezza, adesione meccanica al testo scritto e poco orecchio. I bambini mi hanno insegnato l’esatto contrario; così, dopo un’esperienza illuminante con un maestro indiano di Tabla (Segheer Khan), ho iniziato a riflettere sulla reale possibilità di poter interpretare anche la musica contemporanea non più solo asetticamente, ma mettendo in gioco tutto me stesso, la mia sensibilità, il mio piacere, ed in particolare di poter suonarla ad orecchio come è nella tradizione di quasi tutte le musiche extraeuropee. Può sembrare un contro senso cercare un approccio ad orecchio nei confronti di una musica non orecchiabile, ma è esattamente ciò che feci: mi si aprì un mondo di piacere che non avevo più provato dai tempi del liceo. Le complicazioni ritmiche di Boulez, di Donatoni o di Vacchi, che prima studiavo astrattamente a tavolino, ho iniziato ad assimilarle per imitazione; l’avvento dei primi personal computer mi ha aiutato molto; dopo aver registrato il brano (complicatissimo) su audiocassetta, per alcuni giorni, prima di avvicinarmi allo strumento lo ascoltavo eseguito meccanicamente e precisamente dal computer; mi accompagnava nei viaggi in auto, mi seguiva in tutte le attività quotidiane, fino a che mi fosse famigliare ed orecchiabile come una melodia di Mozart; a quel punto lo studio allo strumento fluiva senza intoppi verso la meta acustica che si era sedimentata nella mia psiche. L’esecuzione così poteva avere quel respiro musicale che ogni genere deve avere; è la vittoria dell’orecchio sull’aridità espressiva di una lettura unicamente razionale, è il naturale recupero della cultura orale che da sempre contraddistingue il far musica.